Nelle pagine stinte e grigie di Pavel Čech, il protagonista, 21868, si guarda allo specchio senza riconoscere l’immagine di se stesso, sopravvive in uno stato di omologazione linguistica contraddistinta dalla lettera A, passa, indifferente, davanti a cartelli di divieto che barrano le immagini di un gelato, una chitarra, un libro, un cappello.

21868 cammina con la schiena curva, l’espressione del volto triste e rassegnata, gli occhi socchiusi, come un sonnambulo, che vede solo ciò che è sufficiente a sopravvivere. Ogni mattina prende  la sua bicicletta e si reca al lavoro, attraverso strade piene di buche, di rottami, in cui camminano tante persone come lui, sonnambuli, dall’espressione inconsapevolmente triste, curvi e vestiti tutti allo stesso modo, donne vecchi e bambini. Prima di giungere al suo lavoro, 21868 passa i controlli di guardie numerate e terrificanti, che tengono cani addestrati ad attaccare. Sui muri diroccati dei palazzi, dalle finestre rattoppate e sempre chiuse e da porte sbarrate, giganteggia il manifesto di un uomo dal sorriso inquietante, che proclama un’enorme A.  Ai lati della strada un lungo muro è delimitato da filo spinato.

21868 arriva finalmente alla sua fabbrica, dove muove e maneggia ingranaggi, sempre uguali, sempre allo stesso modo, per tutto il giorno.

Che cos’è la dittatura? Come spiegarla, a chi non l’ha vissuta? Quali parole utilizzare per trasferire quel senso di alienazione, di tristezza, di apatia, di disumanizzazione, a chi non è mai stato privato del diritto di mangiare un gelato, di ascoltare musica, di vestire a proprio modo, di leggere i libri che desidera?

Pavel Cech ci prova, usando le illustrazioni, un mezzo espressivo che gli ha permesso di evitare la censura e la detenzione ai tempi dell’oppressiva occupazione sovietica. L’asfissia dei luoghi angusti, l’assenza di bellezza nel grigio, che campeggia ovunque, la lettera A, che viene ripetuta a scuola, sui manifesti, dagli altoparlanti, sui documenti, le schiene curve e l’aria afflitta e depressa, sono gli elementi che ci fanno percepire un mondo senza vita. Ma un giorno, 21868, consumando il suo misero pasto omologato, in pausa dal lavoro, trova, tra i rottami che devastano e soffocano sparuti fili di erba, di un prato ormai inesistente, un aeroplano di carta. Lo apre. C’è scritta la lettera B. Quella scoperta molesta la sua mente, disturba i suoi sonni, incanta i suoi pensieri, risveglia la sua immaginazione. Riaccende la speranza. 21868 comincia a sognare. E allora il suo mondo, sorvolato in groppa ad una bicicletta volante, si trasforma. I suoi sensi colgono il colore azzurro del cielo e dell’acqua, il verde vivido delle colline, il rosso dei frutti degli alberi, il giallo del sole. La sua espressione istintivamente, sul suo volto, muta. Sorride. E condivide la sua felicità con una donna libera. Scopre l’amore. Nel suo nuovo mondo la gente suona strumenti e canta, annaffia piccole piantine e si prende cura di animali, gatti ronfanti e accoccolati sopra davanzali solidi, dietro finestre aperte. Tutti sorridono, leggono libri e giocano a scacchi, circondati da fontane dalle forme artisticamente bizzarre. Ogni persona comunica con parole, tante lettere, tutte diverse. In quel mondo, 21868, acquisisce un nome, un’identità specifica. Infatti, non mostra più alcun numero sul suo berretto. E sa che gli è rimasto un compito. Inforca la sua bicicletta volante con uno zaino in spalla e sul vecchio mondo grigio lascia cadere tanti libri, i cui titoli sono tutte le lettere dell’alfabeto.

21868, è la notte del 21 agosto del 1968, quando gli abitanti di Praga vengono svegliati dai rumori dei carri armati sovietici.

I colori dei nostri sensi e l’immaginazione della Bellezza, sono le uniche armi con cui si evitano le dittature. Questo, è il messaggio pieno di gioia e speranza di Pavel Cech.